La selezione è chiusa! Anzi no… Quando il candidato rinuncia alla proposta di assunzione

Uno dei momenti di maggior soddisfazione del lavoro di cacciatrici di risorse è quando il nostro cliente, al termine di processo di selezione spesso lungo ed estenuante, ci comunica che la scelta è stata fatta. Un fortunato, all’interno della rosa di candidati presentati, ha convinto l’azienda di essere la persona giusta! Il prescelto è riuscito a vincere una vera e propria corsa ad ostacoli.

Evviva!! La selezione è chiusa!

Per il recruiter questo è un momento catartico, pieno di euforia e di leggerezza! Finalmente, dopo tante fatiche, si intravvede il traguardo e con esso la meritata soddisfazione per il lavoro svolto. Un progetto chiuso positivamente, che bella notizia!

Ma il traguardo, che è lì ad un passo, non può ancora dirsi raggiunto… Infatti un ultimo insidioso ostacolo si frappone tra noi e la vittoria!

Affinchè l’accordo si finalizzi, il cliente deve formalizzare una proposta di assunzione al candidato prescelto e soprattutto… il candidato deve accettarla!!

Sembra facile eh!?

Fortunatamente la maggior parte delle volte le cose si svolgono secondo copione: azienda e candidato si sono conosciuti nei diversi incontri sostenuti per la selezione e via via si sono convinti, passo dopo passo, di poter fare un pezzo di strada insieme. Quando si arriva quindi alla fine del percorso di selezione, il grosso delle valutazioni dovrebbe essere già stato fatto. In molti casi la proposta è solo una formalità, la ciliegina sulla torta di una festa riuscita magnificamente.

A volte però qualcosa va storto.

Tralasciamo in questa sede il fatto, abbastanza raro tra persone di mondo (quelle che per fortuna frequento io 😊), in cui il cliente avanzi una proposta irricevibile, bisogna tuttavia mettere in conto che a volte il candidato può scegliere di rinunciare all’assunzione.

Disperazione! Disastro! Offesa personale! Ecco quello che pensiamo, di primo acchito, noi recruiter quando ci rendiamo conto che tutto è svanito in un lampo, giusto il tempo in cui il nostro candidato ha maturato la decisione di rifiutare la proposta che gli è stata fatta. E magari era una Signora Proposta!

Devo confessare che in alcuni casi mi è capito di essere consolata dal candidato che mi stava dando la brutta notizia che, dimostrando una capacità empatica non comune, si rendeva conto che la sua decisione per me costituisse un problema, un lavoro da riprendere in mano e tanta delusione. Bello comunque ricevere questa umana solidarietà!

Oggi è su questo infausto momento che desidero confrontarmi anche perché ogni caso per me è una nuova esperienza e offre degli spunti per migliorare il mio modo di fare la selezione e di cercare di anticipare problemi futuri.

Andiamo a vedere quindi perchè un candidato o una candidata decidono di rifiutare la proposta di assunzione da parte di un’azienda che li ha selezionati.

A volte ce lo possiamo aspettare perché magari il candidato ha condiviso con noi alcune perplessità oppure ci ha informato di alcune alternative che sta valutando e non ci resta che stare lì, appesi ad un filo, fino a quando una decisione sia stata presa.

Fatemi premettere che a volte la notizia è già nell’aria e ci coglie tutt’altro che di sorpresa. Capita che durante una selezione raccogliamo alcuni dubbi o perplessità da parte dei candidati che vedono sia dei pro che dei contro nella nuova posizione lavorativa e quindi fino alla fine restiamo in sospeso, fino a che, dopo le ultime valutazioni, non viene emesso il verdetto finale. In questo caso conosciamo il rischio ed abbiamo anche il tempo di prepararci con un piano B magari, se non ci sono altri candidati papabili nella short list, predisponendo una nuova rosa di candidati da presentare all’azienda.

Altre volte la notizia ci sorprende come un fulmine a ciel sereno, magari non abbiamo avuto alcuna avvisaglia di una poca convinzione da parte del candidato di cambiare o del fatto che stesse portando avanti 5 processi di selezione contemporaneamente e quando lo scopriamo diciamo che ci sentiamo un po’ traditi o in colpa per non aver fatto il nostro lavoro al meglio, di non essere riusciti ad instaurare un rapporto di fiducia con il candidato. Devo dire che questa per me è una delle situazioni più spiacevoli in cui mi sento trattata come un “mezzo” da parte del candidato che sceglie di tenermi fuori dalle sue decisioni e valutazioni e decide di non condividere in modo aperto le sue sensazioni.

Altre volte ancora si rimane veramente di sasso, quando, le motivazioni addotte sono ai nostri occhi sconcertanti: ad esempio quando ci viene comunicato che si rinuncia alla posizione perché l’azienda è troppo lontana dal domicilio (dopo aver fatto tre o quattro colloqui con i relativi tragitti in diverse fasce orarie) oppure quando ci viene comunicato che in effetti il ruolo proposto non è proprio quello che si stava cercando (sempre dopo aver fatto quei tre o quattro colloqui con diversi referenti aziendali) o quando ci viene detto che in effetti si aveva l’aspettativa di un raddoppio dello stipendio perchè “sai ora non mi sento proprio valorizzato e se cambio voglio recuperare tutto quello che non mi è stato riconosciuto negli ultimi 10 anni…” (e vai tu a spiegare che il mercato “paga” un cambio mediamente il 10/15% rispetto alla situazione del candidato)

Ma il caso che fa più male è quando ci si rende conto che il candidato ti liquida con una motivazione poco convincente, generica o strampalata, quella che chiaramente è una scusa dietro la quale resta la sensazione che qualcosa non torni. Qui la sensazione è proprio di spaesamento!

Sia chiaro che non mi sto lamentando del fatto che una persona scelga in modo del tutto legittimo se accettare o meno una proposta di lavoro e sono anche consapevole che se non si arriva ad una proposta non si hanno tutti gli elementi per poterla valutare. Quello che vorrei condividere con queste riflessioni è da un lato una certa irrazionalità che spesso anima le persone nel compiere le proprie scelte e dall’altro un certo atteggiamento poco trasparente e di scarsa fiducia nei confronti di un professionista che ha accompagnato il candidato con pazienza  e fornendo supporto continuo durante un percorso che si è condiviso per lunghi mesi.

Ma poi ci si ripete che così è, questi sono gli inconvenienti del mestiere e che stiamo solo accumulando esperienza che magari tornerà utile!

E a voi è mai capitato di rifiutare una proposta di lavoro che fosse oggettivamente vantaggiosa? Che cosa vi ha spinto a farlo? Quali fattori sono entrati in gioco? E soprattutto, al povero head hunter di turno che cosa avete raccontato? 😊

Vi va di condividerlo nei commenti?

 

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Francesca Cancian
Laureata in psicologia a Trieste, ho più di 15 anni di esperienza nella vendita di servizi di consulenza ad alto valore aggiunto alle imprese. Ho creato e gestito reti vendita e curato lo start up di business unit. Appassionata di coaching e sviluppo personale, credo fermamente nel potenziale delle persone.
6 commenti
  1. Francesco
    Francesco dice:

    Capisco il suo punto di vista ma forse ci sono cose che si fa fatica a dire in quanto manca la cultura del confronto.

    Forse c’entra la voglia di controllo eccessivo da parte di chi conduce la selezione, l’eccesso di non detto in azienda durante i colloqui, le risposte standardizzate, il si-ma-vedremo. Questo fa riflettere sul fatto che le risorse intangibili oggi sono uno degli aspetti più importanti per le risorse professionali e naturalmente non si ha voglia di condividere nè con i recruiter nè con l’azienda.

    Le faccio un esempio molto piccolo ma ne posso fare tanti altri: faccio un colloquio col recruiter e mi dice il nome dell’azienda. Si tratta di un azienda storica, solida, con il fatturato che aumenta ogni anno. Vado a controllare la struttura societaria e viene fuori che le uniche 5 persone in posizione dirigenziale sono… parenti tra di loro. Come posso sperare di diventare un dirigente in un azienda così? E’ disonesto dire al recruiter “purtroppo mi sono reso conto che la distanza da casa al lavoro è troppo grande” ?

    Rispondi
    • Francesca Cancian
      Francesca Cancian dice:

      Nel suo commento colgo due spunti su cui riflettere. Diciamo che il tema da me posto è relativo ad una fase molto avanzata della selezione nello specifico quando, solitamente dopo almeno tre colloqui, al candidato viene avanzata una proposta di assunzione con tutte le condizioni contrattuali ed economiche previste. Come scrivo le valutazioni sul tipo di azienda e le relative perplessità a mio avviso dovrebbero essere state già valutate. Ammettendo comunque che un candidato posticipi tutte le sue valutazioni fino al momento di avere in mano tutte le carte, diciamo così, perchè trincerarsi dietro una scusa banale come quella che lei, a titolo esemplificativo, mi propone (e le assicuro che nella sua banalità è abbastanza gettonata :-)) che spiazza completamente il recruiter e lo mette anche in condizione di una certa difficoltà con il suo cliente…? Lasciando da parte categorie morali come l’onestà, perchè non condividere semplicemente le valutazioni fatte? Forse come dice lei all’inizio del commento manca la cultura del confronto e si preferisce recitare una parte di una commedia già scritta?

      Rispondi
      • Francesco
        Francesco dice:

        Grazie, capisco il suo punto di vista ma di scenari in cui le cose cambiano ad ogni colloquio ne ho viste tante e non mi stupisce che le persone si ritirino.

        A me è successo addirittura di vedere persone che dopo la prova in azienda hanno rinunciato, probabilmente perchè hanno visto dei processi che sapevano di non poter controllare.

        Le rispondo da candidato con un altro esempio: una grande azienda internazionale che si occupa di assistenza tecnica informatica (helpdesk IT) e lavora con una grande multinazionale dopo tre colloqui di lavoro mi manda il contratto. Nel contratto c’è scritto tra le varie cose che devo accettare “di essere trasferito in qualunque momento presso un altro cliente presente in Italia”.
        Questo è corretto, nel momento in cui il cliente chiede una riduzione del contratto qualcuno dovrà spostarsi.
        Gli rispondo: “Benissimo, ma scrivete anche che per il primo mese presso il nuovo cliente voi pagate tutte le spese di trasferta”.
        Mi rispondono che non è possibile scrivere una cosa del genere nel contratto e genericamente che mi daranno un aiuto per pagare le spese di vitto e alloggio. Mi viene il dubbio quindi che sia solo una scusa per farmi dare le dimissioni quando a loro non andrò più bene….Capisco che può sembrare esagerato ad alcuni ma mi sembra un ragionamento legittimo.

        Voi siete delle ottime professioniste ma dopo un colloquio come questo al telefono che bisogno c’è di spiegare il mio punto di vista in una mail?

        Rispondi
  2. Elena
    Elena dice:

    Interessante articolo. Purtroppo mi son rivista nel caso eclatante del candidato che rifiuta la proposta all’ultimo, dopo una serie di colloqui. Non ero nemmeno riuscita a spiegarmi con la persona che faceva da intermediario, perché sentivo addosso molta pressione e delusione.

    Rispondi
    • Francesca Cancian
      Francesca Cancian dice:

      Elena, grazie della condivisione. Da parte della società di selezione è importante far percepire al candidato che può fidarsi e che può esprimersi liberamente, senza essere giudicato o subire pressioni. Ovvio che c’è dell’interesse anche da parte nostra alla chiusura della selezione però è un classico caso in cui ci deve essere una logica win-win tra le parti, altrimenti le cose non funzionano. Buon proseguimento!

      Rispondi

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